Giuliano Ferrara: Oriana Fallaci sono io

” Che bel tipo che è la Fallaci, e quanta serietà d'animo c'è nella sua irritante tostaggine.
Ci fu uno scontro a fuoco con lei, e io sparai per primo alla fine del settembre 2001, quando la pensavamo nello stesso modo sull' 11 settembre ancora fumante a Ground Zero, sull'eruzione di male del terrorismo e sull'incapacità occidentale di prenderne atto, ma il suo modo di pensare mi sembrò egolatrico ed eccessivo nello stile, con un errore tragico fatto dal suo enfatico disprezzo per il nemico. Che invece va amato, mentre lo si combatte, se lo si combatte e lo si definisce per tale, come nemico.
Dissi più o meno che era una stronzata, ma che aveva ragione. Tre anni dopo ho cambiato idea. Lo stronzo ero io, anche se avevo ragione sulle maniere primitive di quella sua prima uscita dall'autoreclusione.
Perché la Fallaci ha insistito, ha scritto ancora, ha fatto del fenomeno editoriale che lei è uno strumento di autodifesa del nostro mondo e lo ha fatto con una scrittura sempre più affinata e affilata, meno tonitruante e più velenosa, torcendo la sua mancanza di sopracciò, con l'aiuto del suo italiano semplice e prezioso, nella curva di una scimitarra che decapita letteralmente il politicamente corretto, il cacadubbismo confortevole e vigliacco.
Solo una grande bestemmiatrice fiorentina, piena di fede atea e innamorata della ragione, poteva usare tutti i difetti del suo ego per mettere a disposizione di milioni di lettori una verità: chiudiamo gli occhi di fronte alla guerra che ci è stata dichiarata, e ai pericoli che vengono dalla sua antica radice religiosa, perché abbiamo paura dei nostri idoli. Questi idoli la Fallaci torna a bestemmiarli tutti, nelle cento pagine apocalittiche che ha mandato in libreria questa settimana, con una dolce violenza argomentativa, con uno scambio della paura contro il coraggio, che continuano a impressionare il colto e l'inclita.
La sua agenda è la mia agenda. Ho rivisto la Fallaci dopo vent'anni, ho ricominciato a leggerla senza arrendermi a tutte le cose che dice ma senza spocchia, rileggo quel che ha scritto nel frattempo perchè fa bene alla testa e organizza anche le ragioni del cuore che la ragione non conosce ( soprattutto la mia ragione).
Faccio un gornale quotidiano e tengo una rubrica settimanale su queste colonne, scrivo da mesi in una lingua più fredda le stesse cose su Beslan, sulle fatwa degli sceicchi di Al Jazeera, sulla politica araba suicida dell'Europa renana francotedesca, sugli equivoci sanguinosi che si abbattono regolarmente sulla resistenza israeliana al terrorismo, sull'Araba Fenice dell'Islam moderato, sul multiculturalismo assassinato per le strade di Amsterdam nella generale indifferenza di noi passanti, sull'intolleranza anticristiana e illiberale della nomenclatura di Strasburgo, sulla retorica istituzionale senza contenuto di molti nostri presidenti, dalla Camera al Quirinale, sulla caricaturale perdizione europea concentrata nel populismo ideologico di José- Luis Zapatero e nell'aggressione radicale alla famiglia, questa bandiera modernista dei diritti eguali messa al servizio del bigottismo e dell'omologazione in un indistinto e idolatrico.
Nulla che cancella tutte le diversità che la storia ci ha dato.
L'agenda comune sarà completata quando la Fallaci scriverà, e sono certo che lo farà, della ruvida pedagogia che la tecnica esercita sui nostri desideri, facendo di noi gente che «vuole» tutto quel che ormai si può fare, compreso il mito del bimbo immortale o del bimbo biondo o del bimbo in età infertile, compresa l'eugenetica democratica con le sue sottigliezze devastanti. Ma intanto mi tolgo il cappello davanti a quel che avevo salutato con ironia, e una punta di sprezzatura snob: davanti allo stile sfrenatamente individualistico, anarchico, esposto a ogni equivoco, quello stile alla Oriana che può piacere o no ma offre il collo ai tagliagole dei quartieri alti pur di parlare alle periferie del mondo, a quella massa milionaria di borghesi che in tutte le lingue comprano i suoi libri come fossero, e forse lo sono, un'eruzione di bene e di verità in mezzo alla menzogna soffusa, diffusa, parzialmente inconsapevole delle classi colte.
C'è un ultimo elemento di affratellamento a sorella Oriana: i suoi nemici oltranzisti e violenti, che sono anche i miei.
Quelli che non- importa- ciò- che scrive- decisivo è il chi- è-lei.
Quelli che si dicono liberal ma non hanno dello spirito liberal il gusto del duello, del fair play, del gioco duro ma leale, dell'argomento contro argomento.
Quelli che alludono, parlano sempre e solo tra di loro, costruiscono il loro stesso pubblico sullo stilema che attacca sanguinosamente l'icona dell'interlocutore, la sua estraneità da linciare e anche da processare in tribunale, come è successo in Francia.
Quelli che dopo la strage dei bambini erano demenzialmente ridotti a predicare ai loro, che «bisogna essere contro il terrorismo se si vuole combattere Bush» , non c'entrano i bambini.
Quelli che hanno messo l'assassinio del regista olandese che denunciava la violenta subordinazione della donna nell'Islam tra parentesi, due brevi, due colonne in cronaca. Quelli.